IL CENTRO ABITATO
Il nucleo abitativo originario del paese si è sviluppato attorno ai pozzi pubblici e alla chiesa parrocchiale che, con l’andare del tempo, hanno costituito i poli d’aggregazione dei diversi rioni. Serdiana, nonostante i vari rimaneggiamenti operati nel tempo, mantiene ancora nel vecchio centro urbano, oltre certi aspetti di tipologia medioevale a raggiera, la planimetria di chiara derivazione araba con i suoi vicoletti e stretti accessi. Questo stile è stato importato dagli Spagnoli e si è andato a sovrapporre alla precedente struttura a corte di tradizione romana, modificata con le "lollas" costruite in "ladiri". Inoltre anche la ripartizione ereditaria tra parenti ha contribuito ai vari "aggiustamenti" che hanno dato origine a nuovi vicoletti.
IL CASTELLO
Nel contesto urbanistico del centro storico si trova una delle più importanti strutture del paese, la Casa Carcassona, più nota come Castello Roberti.
Un
portale con rosta campeggia lo stemma di famiglia, dà accesso ad un ampio
cortile in fondo al quale si erge la costruzione.
E’ costituita da un corpo centrale (la residenza abitativa), a due piani e da
due corpi laterali ad un piano e leggermente più bassi, affiancati da due torri
merlate a pianta quadrata sporgenti in avanti.
Nel XVIII sec. Efisio Luigi Carcassona, di origine algherese, ebbe in feudo la villa di Serdiana e il titolo di “Marchese di San Saverio”. Sua figlia Giovanna sposò don Tomaso Nin. La loro figlia Luisa si sposò con il conte Edmondo Roberti di Castelvero (nobile piemontese, appassionato archeologo), per cui la Casa di Serdiana è nota anche come Castello Roberti.
L’ultimo marchese vendette la Casa a tre agricoltori continentali: Vandoni, Muzzioli e Restano da cui, dopo 18 anni di affitto, le acquistò Francesco Angius, padre degli attuali proprietari.
(*) “Ville e Palazzi della Nobiltà in Sardegna” – Sergio Serra.
(*) “Serdiana: storia, geografia, economia” - AA.VV.
Il
centro storico Serdianese è ancora costituito sia da abitazioni elementari sia
da altre più complesse. La casa tradizionale, in genere, è costruita senza
fondamenta, su uno strato di dura argilla con una zoccolatura non lavorata
cementata con pietre minute e fango, il materiale di costruzione utilizzato per
la muratura è il fango che misto alla paglia forma dei mattoni crudi detti
" su ladiri". La copertura è costituita da un tetto a due spiovenze
che poggia su due muri, su una trave di colmo e sulle capriate di legno di
ginepro ed è sostenuta da una graticciata di canne che formano la base su cui
poggiano le tegole murate con fango e calce. I locali della casa sono adibiti e
concepiti oltre che per le esigenze domestiche anche per le attività
lavorative. L’esterno dell’intera costruzione è abbellito con il portale
che costituisce l’unico accesso all’abitazione. Il portale, composto dalla
zoccolatura di base, sulla quale poggiano i piedritti, sormontati da una cornice
d’imposta, è raccordato all’arco, nella cui parte centrale è messa in
evidenza la chiave di volta che riporta in genere la data di costruzione o le
iniziali del nome del proprietario; spesso anche i blocchi d’arenaria laterali
sono scolpiti con motivi geometrici e floreali ad imitazione dei fregi dei
maestri catalani. In genere in corrispondenza del portale, all’interno della
corte si trova uno spazio coperto adibito in inverno alla custodia del carro dei
buoi. Il portone vero e proprio è in legno composto da due ante; a destra si
apre la porta d’ingresso, la cui sagoma viene riprodotta anche sulla parte
sinistra. Spesso la parte centrale ha dei fregi in legno che stilizzano i raggi
del sole o delle piccole anfore con motivi floreali. Ogni portone ha un battente
di ferro lavorato riproducente la testa di un leone o di qualche altro animale,
mentre il batacchio raffigura una mano che impugna una palla di ferro. Con il
passare del tempo, alcune di queste case subirono delle modifiche e, nei primi
anni dell’ottocento ,si sviluppò anche la tipologia "a palazzu" con
una struttura estesa orizzontalmente, che dà alle abitazioni un aspetto più
urbano.
I MONTI
Sono più che altro colline in quanto nessuno raggiunge i 600m di altezza.
S’Isca Manna
La valle de “Isca Manna” è situata a 312 m di altezza s.l.m. Dista da
Serdiana circa 10 Km ed è attraversata dal fiume “ Flumineddu” a tratti
ricoperto da oleandri, e da fresche sorgenti. Vi crescono molte querce, ginepri,
olivastri, mirto, lentischio, e si possono avvistare uccelli come i colombacci e
le pernici, e animali tra cui cinghiali,
volpi, lepri e conigli selvatici.
>>Monte
Acutzus
A nord di Serdiana, verso Donori, si trova il Monte Acutzus la cui cima
raggiunge i 582m ed è quindi il monte più alto. VI crescono lecci, macchie di
mirto, cisto, corbezzoli e lentischio. Popolato da cinghiali, pernici, volpi,
gatti selvatici, lepri e conigli. Nonostante il suo nome la sua cima non è a
punta ma piuttosto tondeggiante.
Monte Nieddu
E’ alto 503m e dista circa 6km dal paese.
Altri monti di Serdiana sono : Is Pillonadoris
alto 541 m, Perda Rubia alto 519 m, Sedda de Marru
alto 472 m, Bruncu Marraconis alto 484 m, Bruncu
Carroccia alto 474 m.
I FIUMI
Nel territorio di Serdiana scorrono due fiumi a carattere
torrentizio: Il “Rio Bonarba” che nasce dai monti del
Gerrei , e quando passa nelle campagne di Serdiana prende il nome di “Rio
Flumini” mentre verso la foce cambia nome in “Rio Mannu”.
Sfocia nel golfo di Cagliari nello stagno di Santa Gilla.
Il secondo fiume “Rio Bardella” cambia nome dopo l’inizio del suo corso in “Rio Balardi”, che è un affluente del Rio Mannu.
ECONOMIA
Le attività fondamentali svolte dai serdianesi sono ancora oggi l'agricoltura e l'allevamento. Serdiana, pur utilizzando oggi sistemi moderni, ha mantenuto le sue caratteristiche di comunità rurale, nonostante sia stata in parte condizionata da vari fenomeni, comuni alle realtà agropastorali, come: l'esodo dalle campagne, la meccanizzazione agricola, l'emigrazione verso la città. In seguito nel territorio sono sorte diverse aziende, in buona parte a conduzione familiare, sia agrarie, finalizzate alla produzione del vino e dell'olio, sia edili. Le coltivazioni prevalenti e rilevanti, sono quelle legnose con particolare riferimento alla vite e all'olivo.
Vite, uve da tavola, per vari tipi di vino: Nuragus, Monica, V
ermentino,
Malvasia e Moscato. La produzione viticola è quindi per lo più destinata alle
aziende enotecniche. Infatti quasi tutti i viticoltori possiedono una cantina,
per cui le uve vengono lavorate in parte a livello familiare e in parte in
grossi complessi enotecnici zonali come la cantina Argiolas, Pala e quella
sociale di Dolianova che acquistano il prodotto primario.
Dopo la produzione del vino segue la coltura dell'olivo, in questi ultimi anni in fase di espansione e la cui produzione è destinata soprattutto alle aziende olearie. Anche gli olivicoltori praticano il duplice canale di commercializzazione: la vendita in proprio dell'olio o delle olive, soprattutto alla cooperativa di Dolianova e all'Agriser.
Un'altra coltura abbastanza diffusa è quella degli agrumi; il settore orofrutticolo è in fase di sviluppo anche attraverso l'organizzazione delle colture in serra.
Vi è in fine un'altra coltura molto diffusa che è quella agropastorale:
l'allevamento con il maggior numero di capi è
quello ovino (soprattutto pecore); seguono capre e buoi. Grazie agli allevamenti
di questi animali si ha una grande produzione di latte, destinato in parte ai
caseifici di Dolianova e Donori e in parte ad una produzione casearia a livello
familiare di prodotti tipici come il pecorino e la ricotta.
A livello per lo più domestico vengono invece allevati animali da cortile come conigli, galline e maiali. Vengono allevati anche i cavalli, la cui produzione è finalizzata non per la carne ma per le corse e le manifestazioni folcloristiche.
Molto importante, per l’economia del paese, l’esistenza di una discarica controllata (Azienda ECOSERDIANA), che sicuramente si discosta da quelle che sono le attività tradizionali, ma che offre occupazione a una parte della popolazione (circa 45 persone). La discarica si trova in una vecchia cava a 5 Km. Dal paese; i rifiuti, nel tempo, vengono utilizzati in quanto subiscono un processo di trasformazione naturale, diventando, in dieci anni, “Humus”. Gli stessi, fermentando, subiscono un altro processo biologico, trasformandosi in bio-gas che viene a sua volta trasformato in energia elettrica, venduta all’ENEL.